

110. Le forze emergenti dell'imperialismo: la modernizzazione del
Giappone.

Da: E. J. Hobsbawm, Il trionfo della borghesia, 1848-1875,
Laterza, Bari, 1979.

Dopo gli Stati Uniti, un altro paese extraeuropeo, il Giappone,
assurse, a cavallo del Novecento, al ruolo di grande potenza
mondiale. Ma mentre per il primo un tale futuro era abbastanza
ipotizzabile, per il secondo si presentava, alla met del secolo
diciannovesimo, assolutamente imprevedibile. Isolato dal resto del
mondo ed economicamente arretrato, il Giappone si apr
volontariamente, dopo una rivoluzione che aveva riportato tutto il
potere all'imperatore, ad una modernizzazione forzata, attuata
mediante l'imitazione delle strutture politiche ed economiche
delle potenze occidentali. Fondendo il nuovo con l'antico,
contando su una sostanziale sottomissione della popolazione ai
voleri imperiali e agli sconvolgenti cambiamenti in atto, il
Giappone raggiunse in breve tempo un eccezionale sviluppo
produttivo ed una efficienza militare, di cui fecero le spese la
Cina e la Russia. In questo brano lo storico inglese Eric John
Hobsbawm ci presenta un affascinante quadro di questa sorprendente
modernizzazione, che meravigli, ma lasci comunque per lungo
tempo scettici gli osservatori occidentali.


Fra tutti i paesi non-europei, soltanto uno riusc ad affrontare e
battere l'Occidente sul suo stesso terreno. E fu, con sorpresa dei
contemporanei, il Giappone. Esso era forse il meno conosciuto di
tutti i paesi sviluppati, perch era rimasto praticamente chiuso a
contatti diretti con l'Occidente dai primi anni del secolo
diciassettesimo, non mantenendo che un punto di reciproca
osservazione in cui gli olandesi avevano il permesso di
commerciare su scala ridotta. Verso la met del secolo
diciannovesimo, all'Occidente esso non sembrava per nulla diverso
da qualunque altro paese orientale, o almeno altrettanto
predestinato dall'arretratezza economica e dall'inferiorit
militare a cadere vittima del capitalismo. [...].
Nulla lasciava credere che, nel giro di mezzo secolo, il Giappone
sarebbe stato una delle maggiori potenze, in grado di sconfiggere
da sola una potenza europea in una guerra in grande stile [quella
russo-giapponese del 1905], e che nel giro di settantacinque anni
si sarebbe portato quasi a livello della marina inglese, cos come
qualche osservatore negli anni Settanta non si sarebbe mai
aspettato che nel giro di pochi anni potesse superare il ritmo di
incremento dell'economia degli Stati Uniti. [...].
Non  impossibile che, lasciato a se stesso, il Giappone si
sarebbe evoluto nel senso di un'economia capitalista, bench la
questione non possa mai essere risolta. Il fatto che non ammette
dubbi  che il Giappone era pi propenso ad imitare l'Occidente di
qualunque altro paese non-europeo, e pi capace di farlo. La Cina
era chiaramente in grado di battere gli occidentali sul loro
stesso terreno, almeno in quanto possedeva in larga misura le
capacit tecniche, la raffinatezza intellettuale, la cultura,
l'esperienza amministrativa e l'abilit commerciale richieste allo
scopo. Ma era troppo vasta, troppo autosufficiente, troppo
abituata a considerarsi il centro della civilt, perch
l'incursione di un ennesimo ceppo di barbari pericolosi e
ficcanaso, per quanto tecnicamente evoluti, suggerisse di colpo
l'abbandono totale dei costumi aviti. La Cina non desiderava
imitare l'Occidente. In Messico, le persone colte erano ansiose di
imitare il capitalismo liberale di cui erano un esempio gli Stati
Uniti, se non altro come mezzo per rafforzarsi al punto di
resistere al vicino settentrionale: ma il peso di una tradizione
che essi erano troppo deboli per infrangere o distruggere impediva
loro di farlo con successo. La Chiesa e i contadini, indios o
ispanizzati in un ambiente medievale, erano una forza
schiacciante, ed essi erano troppo pochi: la volont non era
assistita da capacit ad essa corrispondenti. Il Giappone invece
possedeva l'una e le altre. La sua lite sapeva che il paese era
uno dei tanti minacciati da quei pericoli di conquista o
soggiogamento, di fronte ai quali si era spesso trovato nel corso
di una lunga storia. Era (per servirsi della fraseologia europea
contemporanea) pi una nazione potenziale che un impero
ecumenico. Nello stesso tempo, possedeva le capacit e i quadri
tecnici, e di altro tipo, richiesti ai fini di una economia
ottocentesca. E, cosa forse pi importante, la sua lite possedeva
un apparato statale e una struttura sociale in grado di
controllare il movimento di un'intera societ. Trasformare un
paese dall'alto senza correre il rischio n di una resistenza
passiva, n della disgregazione o della rivoluzione, 
estremamente difficile. I governanti giapponesi erano nella
condizione storicamente eccezionale di poter mobilitare il
meccanismo tradizionale di ubbidienza sociale ai fini di
un'occidentalizzazione improvvisa e radicale, ma controllata,
senza incontrare resistenze che non fossero quelle di un pullulare
sparso di contestazione samurai e di rivolta contadina. [...].
La forza animatrice fu l'occidentalizzazione. L'Occidente, era
chiaro, possedeva il segreto del successo; bisognava quindi ad
ogni costo imitarlo. La prospettiva di adottare in blocco i valori
e le istituzioni di un'altra societ era forse meno inconcepibile
per i giapponesi che per molte altre civilt, perch l'avevano gi
fatto in passato - dalla Cina -: ma ci non toglie che sia stata
un'impresa gigantesca, traumatica e problematica nello stesso
tempo, perch non poteva essere condotta a termine soltanto grazie
a mutazioni superficiali, selettive e controllate, soprattutto in
una societ cos profondamente diversa nella sua cultura
dall'Occidente. Di qui la passione esagerata con cui molti
partigiani dell'occidentalizzazione si lanciarono nel loro
compito. Ad alcuni, esso sembrava implicare l'abbandono di tutto
quanto fosse giapponese, nella misura in cui tutto il passato era
arretrato e barbarico: semplificazione, se non addirittura
abbandono della lingua nipponica; rinnovo del ceppo genetico
inferiore mediante incroci col superiore ceppo occidentale, [...]
adozione del vestiario, dell'acconciatura e della dieta
occidentali (fino allora i giapponesi non avevano toccato la
carne) con slancio non minore che per la tecnica e per gli stili e
le idee architettoniche. L'occidentalizzazione non implicava
l'adozione delle ideologie che erano state fondamentali per il
progresso occidentale, compreso lo stesso cristianesimo? Non
implicava, alla lunga, l'abbandono di tutte le antiche
istituzioni, compreso l'imperatore?.
Ma qui, diversamente dal passato allineamento con la Cina,
l'occidentalizzazione poneva un grave dilemma. L'Occidente non
era un sistema unico e coerente, ma un complesso di istituti e
idee rivali. Quali di essi scegliere?.
In termini pratici, la scelta non fu difficile. Il modello inglese
serv naturalmente di guida per le ferrovie, il telegrafo, le
opere pubbliche, l'industria tessile e gran parte dei metodi di
conduzione degli affari. Il modello francese ispir la riforma dei
codici e, agli inizi, quella dell'esercito, finch non prevalse il
modello prussiano. (La marina, ovviamente, segu il modello
britannico). Le universit attinsero molto dagli esempi tedeschi e
americani; l'istruzione elementare, l'innovazione in campo
agricolo e le poste, da quello degli Stati Uniti. Nel 1875-1876
erano gi impiegati - sotto controllo giapponese - da cinque a
seicento esperti stranieri; nel 1890, essi salirono a tremila
circa.
Gli osservatori occidentali stentavano a capire quello strano
paese. Alcuni non riuscivano a vedervi altro che un affascinante
estetismo esotico, le donne leggiadre e sottomesse che
confermavano con tanta prontezza la superiorit non solo maschile
ma (si supponeva) occidentale: il paese di Pinkerton e madame
Butterfly [protagonisti dell'opera di Puccini Madama Butterfly,
ambientata nel Giappone dell'epoca]. Altri erano troppo convinti
dell'inferiorit non-occidentale per vedervi alcunch. I
giapponesi sono un popolo felice e, accontentandosi di poco, non 
probabile che realizzino molto, scriveva il Japan Herald nel
1881. Fin dopo la seconda guerra mondiale, la convinzione che sul
piano tecnico i giapponesi fossero soltanto in grado di produrre
imitazioni pi a buon mercato dei beni occidentali ha fatto parte
della mitologia bianca. Ma v'erano gi degli osservatori
intelligenti - soprattutto americani - che notavano la
straordinaria efficienza dell'agricoltura nipponica, l'abilit
degli artigiani, le potenzialit dei soldati. Fin dal 1878 un
generale americano previde che, grazie a loro, il paese era
destinato a recitare una parte importante nella storia del mondo.
E, non appena i giapponesi dimostrarono di poter davvero vincere
delle guerre, le idee che gli occidentali se ne facevano divennero
molto meno sicure di s e meno compiaciute. Ma, alla fine del
nostro periodo, essi erano ancora visti soprattutto come una prova
vivente che la civilt borghese occidentale era vittoriosa e
superiore a tutte le altre; e, a questo stadio, gli stessi
giapponesi colti non avrebbero dissentito dagli osservatori
stranieri.
